Alphabet: L’ingresso nel Dow Jones non basta a scaldare il mercato. Tra emorragie di talenti e solidità del cloud, il punto sul titolo.

Alphabet è passata, nel giro di pochi mesi, dall’essere l’indiscussa regina dell’intelligenza artificiale al ruolo di grande incognita del mercato, e il suo recente ingresso nel Dow Jones Industrial Average sembra aver paradossalmente peggiorato la narrativa. Anziché galvanizzare gli investitori come ci si aspetterebbe da un’inclusione motivata dall’esposizione alle aree più dinamiche dell’economia americana — va a sostituire un colosso come Verizon — il titolo ha incassato un ulteriore ribasso dell’1% il giorno seguente all’annuncio. Un copione, a dire il vero, tutt’altro che inedito a Wall Street: anche Nvidia e Amazon hanno registrato leggere flessioni al momento del loro debutto nell’indice, con la prima che ha addirittura ceduto il 21% nei sei mesi successivi, per poi recuperare con gli interessi. I dati storici di Bespoke Investment Group confermano che in media un’azione inserita nel Dow guadagna appena lo 0,4% nei 12 mesi successivi alla notizia. La vera paura, ai piani alti di Mountain View, è che questa consacrazione sia arrivata esattamente al culmine del ciclo espansivo.

E in effetti, la correzione dei prezzi non fa sconti. Dopo aver toccato i massimi storici a metà maggio — con un picco a 350,75 registrato il 18 maggio — le azioni hanno lasciato sul terreno circa il 15%. Il nervosismo di chi detiene il titolo, esacerbato da un massiccio aumento di capitale da 85 miliardi di dollari, è letteralmente esploso in un lunedì nero in cui l’azienda ha bruciato 225 miliardi di dollari di capitalizzazione in una sola seduta: una mazzata storica, la peggior perdita di valore giornaliera di sempre per Big G. Se però guardiamo alla piazza di Milano, dove lo strumento (ISIN: US02079K3059) è attivamente scambiato, la fotografia odierna di questo venerdì 26 giugno 2026 ci restituisce un mercato che tenta timidamente di ritrovare la bussola. Alle 16:30 la Classe A quota intorno a 297, segnando un +1,02% di recupero con oltre 10.000 azioni passate di mano per un controvalore di circa 3,1 milioni. Certo, i prezzi restano distanti dai fasti primaverili, ma mantengono comunque un rassicurante margine di distanza dal minimo annuo di 238,40 toccato a fine marzo.

Tuttavia il mercato guarda sistematicamente oltre le oscillazioni giornaliere o il riposizionamento dei portafogli. Il vero elefante nella stanza si chiama brain drain, un’emorragia di talenti che sta colpendo il cuore pulsante dell’azienda. Il 19 giugno, John Jumper, ricercatore senior e premio Nobel, ha sbattuto la porta di Google DeepMind — la vera colonna portante dell’ecosistema AI di Alphabet — per accasarsi presso i rivali di Anthropic. Una defezione pesantissima che segue a ruota quella di Noam Shazeer, ex vicepresidente dell’ingegneria, passato tra le fila della creatura di Sam Altman, OpenAI. Perdere menti di questo calibro proprio mentre i modelli AI di Google vengono percepiti come leggermente più deboli rispetto ai competitor diretti, e con i player cinesi pronti a inondare il mercato con alternative low-cost, è un campanello d’allarme strutturale.

Eppure, a guardare il quadro d’insieme, ci sono ottimi motivi per mantenere i nervi saldi su un titolo che improvvisamente sembra passato di moda. La volatilità recente è innegabile — sfiora il 34% nell’ultimo mese — ma le performance di lungo respiro dipingono un’azienda capace di macinare valore: +104,03% nell’ultimo anno, +171,40% a tre anni e quasi un raddoppio netto del capitale (+197,51%) su un orizzonte a cinque anni. I fondamentali del business tengono botta alla grande. Il segmento del cloud computing viaggia a ritmi forsennati, avendo registrato un’impennata del 63% solo nel primo trimestre, con proiezioni che stimano ricavi per 480 miliardi di dollari entro il 2031. Se a questo motore di crescita affianchiamo la storica e inesauribile macchina da soldi della ricerca tradizionale e le prestazioni comunque solide del modello Gemini, il quadro si fa molto meno apocalittico di come lo stanno dipingendo gli algoritmi di vendita nelle ultime settimane. Le fondamenta restano piantate a terra, anche quando il sentiment generale decide di guardare altrove.

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