Oggi sul listino milanese il titolo Intel ha tirato un po’ il fiato. Con un ultimo scambio battuto a quota 99,3 euro e un ribasso del 3,87% rispetto alla chiusura precedente di 103,3, la mattinata sembra suggerire una fisiologica presa di beneficio. I volumi scambiati viaggiano oltre i 19.500 pezzi per un controvalore vicino ai due milioni di euro. Eppure, se ci fermassimo a questa singola flessione intraday, perderemmo di vista il quadro generale. Basta infatti allargare l’orizzonte temporale per comprendere l’entità del fenomeno: un rendimento mostruoso del 407,62% nell’ultimo anno e un rialzo da inizio anno che sfiora il 220%. Con un picco storico toccato di recente a 114,7 e una volatilità schizzata oltre l’86%, la corsa del titolo riflette aspettative enormi. Ma cosa c’è dietro questa euforia sui mercati? La risposta risiede in gran parte nell’accelerazione sulle infrastrutture per l’intelligenza artificiale e, non ultimo, nel ruolo chiave che l’azienda giocherà nella prossima generazione di portatili targati Mountain View.
Il vero motore di questa spinta propulsiva è l’hardware, e la conferma è arrivata tramite un tweet della stessa Intel, che ha ufficializzato una partnership di peso con Google per il lancio dei futuri “Googlebook”. Non stiamo parlando dei vecchi dispositivi a basso costo a cui eravamo abituati, ma di macchine di fascia premium progettate fin dalle fondamenta per macinare calcoli legati all’IA locale, in arrivo sugli scaffali questo autunno.
Sotto la scocca di questi nuovi portatili dovrebbero battere i processori Intel Core Series 300 della famiglia “Wildcat Lake”, almeno stando alle indicazioni raccolte da TechPowerUp. Pur essendo chip teoricamente destinati alla fascia più accessibile del mercato PC, sfoggiano una scheda tecnica di tutto rispetto: i due core ad alte prestazioni si spingono fino a 4,8 GHz e, accoppiati a configurazioni di memoria che arrivano a 48 GB di RAM LPDDR5X o ben 64 GB di classica DDR5, garantiscono una base decisamente solida. Il vero asso nella manica è però l’integrazione di una NPU (Neural Processing Unit) capace di erogare circa 20 TOPS di potenza di calcolo per l’intelligenza artificiale, affiancata da grafica architettura Xe. Se il livello di ottimizzazione sarà quello promesso da Google, ci troveremo di fronte a macchine incredibilmente capaci.
Tuttavia, Intel non correrà in solitaria in questa nuova fetta di mercato. John Maletis, vicepresidente del product management per ChromeOS, ha chiarito a ChromeUnboxed che la nuova line-up ospiterà anche i siliconi di Qualcomm e MediaTek. L’obiettivo è offrire dispositivi estremamente reattivi, segnando un netto cambio di paradigma. Se i vecchi Chromebook puntavano a raschiare il fondo delle prestazioni per non incidere sulla batteria e abbattere i costi, i Googlebook guardano altrove. L’ecosistema sarà molto più integrato con gli smartphone e avrà un approccio “AI-first”, allontanandosi parecchio dalla semplice esperienza incentrata sul browser.
Per gestire questa transizione, Google sta tenendo al guinzaglio piuttosto corto i propri partner storici. Aziende del calibro di Dell, Lenovo, Acer, Asus e HP dovranno rispettare standard severissimi. Nelle parole dello stesso Maletis, mettere il marchio Google su un prodotto impone un’asticella altissima in termini di qualità e rifiniture. Trovare la quadra non è banale: da un lato c’è l’esigenza di offrire un’esperienza utente coerente, dall’altro la necessità di lasciare spazio ai produttori per differenziarsi sia a livello hardware che software.
In questa massiccia operazione di rebranding spunta anche un curioso elemento di design: il ritorno della barra luminosa, già vista a suo tempo sui costosi Chromebook Pixel. Non farà solo da banale indicatore per la ricarica, ma verrà sfruttata per riflettere visivamente i flussi di lavoro dell’utente, un espediente per far risaltare i nuovi laptop in mezzo a una concorrenza spesso anonima.
Dietro il passaggio dal nome “Chromebook” a “Googlebook” c’è la chiara volontà di scrollarsi di dosso l’etichetta del portatile economico con funzionalità castrate. Se processori compatti ma agguerriti riusciranno a sprigionare un rapporto prestazioni/prezzo convincente, l’azzardo di Google potrebbe tradursi in un successo su larga scala. E tornando a guardare i grafici di borsa milanesi e internazionali, non stupisce affatto che gli investitori abbiano già iniziato a prezzare pesantemente i fornitori di silicio pronti a cavalcare questa nuova, enorme onda tecnologica.